[8] D. Ferrer b. [WC] L. Hewitt 6-2 6-4 6-4 (Riccardo Urbani)
Le parole di Lleyton a fine partita:
“Non ho lasciato niente negli spogliatoi, è qualcosa di cui posso essere orgoglioso. Ho sempre dato il 100%. Il pubblico qui non è secondo a nessuno, mi sento onorato perché significa così tanto per me. Giocare per l’Australia è sempre stato il mio onore più grande. Sono stato fortunato a giocare su questo campo per 20 anni e ad avere così tanto successo. È un privilegio chiudere qui“.
Questa volta non ci sono connazionali carneadi a ritardare il momento del commiato. La festa dell’addio può cominciare e l’Australia intera rendere onore al proprio valoroso campione.
L’avversario è di quelli veri, David Ferrer, testa di serie numero 8 del torneo, e il povero Lleyton non può respingere la sgradevole sensazione di giocare allo specchio: stile di gioco, impostazione, atteggiamento pugnace e propensione alla lotta sono caratteri comuni, si direbbe identici. Solo che lo spagnolo, sebbene i due siano separati solo da un anno all’anagrafe, mostra da subito un’altra mobilità di piedi, una migliore propensione ad accelerazioni e cambi di ritmo e persino un’anomala potenza superiore nei colpi. La sensazione, fin dai primi scambi, è che il peso di mille battaglie e le sofferenze patite nelle cinque operazioni chirurgiche, siano un fardello troppo gravoso per Hewitt. Eccessivi paiono gli sforzi per strappare un punto e le fatiche per tenere il proprio servizio. Tutto sembra già segnato. E così Ferrer già in apertura strappa la battuta dell’australiano, invero troppo morbida, due volte in successione, con irridente facilità.
Chiuso il primo set, Lleyton prova a rimanere aggrappato alla partita salvando un primo gioco infinito tra sgroppate e incitamenti, ma anche la marea gialla che urla e strepita dagli spalti comprende la vanità degli sforzi. C’è spazio per un ultimo game da leggenda, condito da sette palle break salvate da Ferrer sul 4-3, l’ultimo ammirevole gesto di resistenza di una carriera costellata da episodi così. L’arrendevolezza gli è estranea, tanto da avere la forza di recuperare un break anche nel terzo, ma il tennis è un gioco che non mente mai, troppo divaricati i valori in campo: si chiude lì, con l’intero stadio in piedi, a tributare l’ultimo saluto, un misto di gioia, malinconia e ammirazione. Anche il buon David, apparso aggressivo e più potente con il contributo del nuovo attrezzo, saluta con il rispetto dovuto il suo avversario all’ultima recita e chissà con quanta invidia riflette sulla carriera dell’australiano, un percorso strano, persino anomalo, così diverso dalla sua geometrica regolarità priva di acuti.
La corsa di Hewitt si è arricchita di punte eccezionali, sebbene sbiadite nel tempo. Un’incredibile precocità gli ha permesso di occupare lo spazio lasciato vacante dal tramonto di Sampras e Agassi, prima del regno dei tre fenomeni che di lì a poco avrebbero cannibalizzato il tennis. Ma in quelle brevi stagioni ha saputo collezionare 2 Slam, Wimbledon compreso, altrettanti Masters e la soddisfazione di essere stato il più giovane numero 1 della storia. Presto il suo bagaglio tecnico è apparso inadeguato a fronteggiare un nuovo che avanzava così scintillante, gli acuti hanno lasciato campo alla mediocrità, ma nel giorno dei saluti non si può tacere il giusto tributo ad un uomo che ha saputo essere al posto giusto nel momento giusto, senza mai mollare ogni singola palla, ogni singolo punto, sempre ad incitarsi con il pugnetto per ogni sofferta sgambata, per ogni rincorsa vincente.